Gianni D'Elia, Riscritti corsari (Effigie, 2009, 174 pp.)
a cura di Davide Nota
introduzione di Furio Colombo
"A noi hanno raccomandato un silenzio spontaneo, come se illegalità e istituzioni fossero la stessa cosa. Sta scritto in queste pagine che non abbiamo ubbidito; sta scritto in queste pagine che, benché invecchiati, benché molto meno giovani, non ubbidiremo." (Furio Colombo)
"Questo libro sia dunque la ferma testimonianza di una “resistenza culturale”, da parte della poesia italiana, contro l’omologazione della politica parlamentare. E siano anche, questi scritti, davvero un invito all'unità, di lotta e di speranze, perché Sinistra torni ad essere, innanzitutto, una Comune sentimentale, e non più soltanto un domicilio tecnocratico. Solo una nuova stagione di “Antropologia corsara”, e cioè di poesia e di analisi, marxismo eretico e nuovo umanesimo, cristianesimo socialista e passione illuministica per la verità, sarà in grado di risvegliare e rifondare questo nostro utopico Paese." (Davide Nota)
"E allora, eccoli qui, questi «Riscritti corsari», che sono anche un piccolo diario critico della poesia recente. La confusione democratica è sovrana, senza Unità della Sinistra e senza Unione del Centrosinistra. C’è chi corre solo, ma gli altri arriveranno. Non possiamo che essere dissidenti, come gli artisti nelle mansarde, a ribadire quattro no leopardiani: no al dominio del denaro; no al dominio dell’opinione (oggi immagine, società dello spettacolo); no al cinismo politico; no al trasformismo culturale. No al silenzio storico sulla nostra rovina collettiva." (Gianni D'Elia)

Calpestare l'oblio
Trenta poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana.
Testi di: Danni Antonello, Roberto Bacchetta, Martino Baldi, Alberto Bellocchio, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Carlo Carabba, Enrico Cerquiglini, Maurizio Cucchi, Gianni D’Elia, Daniele De Angelis, Alba Donati, Matteo Fantuzzi, Loris Ferri, Massimo Gezzi, Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Raimondo Iemma, Davide Nota, Enrico Piergallini, Roberto Roversi, Lina Salvi, Stefano Sanchini, Flavio Santi, Lucilio Santoni, Giuliano Scabia, Giancarlo Sissa, Luigi Socci, Pietro Spataro, Matteo Zattoni
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LA GRU N. 6 - ANNUARIO 2008/2009La nuova residenza
La sinistra da rifare
Letture e cantieri
Resistenze orientali
Interventi
Paesaggi e visioni
Con: Fabiano ALBORGHETTI - Augusto AMABILI - Danni ANTONELLO - Matteo BOSCAROL - Furio COLOMBO - Simona CHIAPPARO - Daniele DE ANGELIS - Gianni D'ELIA - Marco DI SALVATORE - Riccardo FABIANI - Loris FERRI - Fabio FRANZIN - Maurizio INCHINGOLI - Giampiero MARANO - Francesco MAROTTA - Francesco MARTINI - Emiliano MICHELINI - Fabio MONTI - Davide NOTA - Umberto PASCALI - Giovanni PELLEGRINO - Gianluca PULSONI - Marwan RASHED - Luigi-Alberto SANCHI - Stefano SANCHINI - Gisella SPERANZA - Nichi VENDOLA
I.
Mi aggiro tra i banditi democratici,
gli abolitori dello stato di diritto.
Se spezzo la catena è solo un sogno
ridicolo, che lascia posto all’ombra.
La nostra storia morta è ancora questa
del grumo di catarro, terra e sangue
rappreso dove vomita la bestia
balcanica o dove il volto esangue
del ragazzino morto sotto al treno
sorride sventolando un lembo pesto
di carne…
Come somiglia questa vita a quella
già morta da decenni per violata
sovranità del nostro bene in guerra,
o al cranio tumefatto del fanciullo
che la consunta morsa della madre
nutrire può solo di mosche e terra.
Così il mercato dell’impero nero
tra i profughi, i suicidi e gli ammazzati
battezza con il sangue dei soldati
l’avvento del fascismo universale.
II.
Io sono un continente.
Chiudessi gli occhi riuscirei a intendere
persino gli argini, il bordo, gli orli.
E mi accompagno a questo limine
di roccia e sale, a questa
successione di frane.
Adesso dormo nell’insonne lava
di questa valle oscura
di vagine e calanchi.
III.
Le grandi imprese le lasciò ai cadaveri
e cadavere si fece liberando
la grande della sua esistenza impresa.
Dicono che il corpo rotolando
si ruppe in tanti piccoli massacri
fin quando il macchinista non intese.
Restò qualche brandello da scostare
in mezzo al prato giallo, sui binari.
Scendevano di fila gli scolari
nella campagna aperta, ad occhi chiusi.
IV.
Se ne vanno, la notte, silenziosi,
in lenta carovana, gli occhi al suolo,
i morti che di noi ancora sono
morti e se ne vanno silenziosi.
Il vento tra le foglie del castagno,
il passo tra le felci, il legno franto,
il canto delle rane nello stagno,
il pianto scivoloso del canale…
Scompaiono, di notte. Torneranno
come le pietre che la terra inuma?
Sapere i loro segni che consuma
la pioggia non ci basta a ricordare
che vivi ci sognarono e son morti.
V.
Se c’era nel bosco una croce,
tra i rami una specie di cavo,
sopra le braci spente camminavo
sciogliendo quella plastica dai piedi.
Qui lavorava il nonno e non sapevo
neppure un volto dare o quale voce…
Ragazzo ritornavo nei sentieri
in cui come fantasmi senza nome
restavano antenati nei misteri
del legno secolare, nell’afrore
di carne cruda al rogo, dell’alloro
bruciato nell’estate sconosciuta…
Se vidi l’assassinio non sapevo
neppure piangere, mangiai
quel grumo sanguinante come bacca
donatami da mano familiare.