“IL NON POTERE”: PERFORMANCE DI TECHNO-POESIA
Questo è l’amore ai tempi della techno,
se non ci credi… vabbe’ lo stesso
tanto qui la luce è muro vuoto, è nudo
parcheggio, sotto casa, che impedisce…
Dal libro “Il non potere” di Davide Nota (Zona, 2007) i corpi di Dalfrenzis (Davide Calvaresi e Alfredo Tassi) si muovono sulla scena di una surreale catena di montaggio illuminata dalle luci stroboscopiche della discoteca. Si svolgono “qui ed ora” azioni automatiche al ritmo della techno-music: alienazione post-fordiana del non-lavoro e della non-esistenza.
Il tentativo di riumanizzare la scena ed i suoi oggetti non può che concludersi in un inevitabile movimento di rottura («Tutto è negato a chi si muove…»). I due corpi si annullano a vicenda: dove il primo tenta l’azione, il secondo ne è il freno e l’inciampo. Dove il primo è un tentativo pur frustrato e senza finalità di esistere, il secondo ne è l’assoluto “non potere”.
Si finisce a lottare con gli oggetti, a distruggere il reale e a ballare attorno a questa distruzione («Stanotte balleremo fino all’alba / sopra il suolo che si sfalda, che cede»). Il ritmo alienato della techno-music se prima era il sintomo di una febbrile e fallimentare vitalità si fa ora ritmo automatico della distruzione. Una vuota, devastante, allegria.
Parallelamente si svolge la storia poetica recitata dall’autore: il dramma post-moderno di un ragazzo-simbolo disperso tra degrado e santità, tra estasi ed extacy, tra vuota disperazione e visioni mistiche («Nel TUZ TUZ della disco / apparsa è la madonna / su una colata di ghisa.»).
Borgo Miriam (Ap), 27 luglio 2007
Al microfono: Davide Nota
Sulla scena: Dalfrenzis (Davide Calvaresi e Alfredo Tassi)
Al mixer: Valeria Colonnella
[dal volantino della serata]
Sabato 2 Agosto - Montottone (Ap)
Presentazione del libro "Porta marina - Viaggio a due nelle Marche dei poeti" (PeQuod, 2008) di Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi.
Piccolo paese dell'entroterra marchigiano. La notte qui è stupenda, magica.
Io, Alice e Roberta attraversiamo i colli, solchiamo le rughe pedemontane.
Ho qui letto (provato) per la prima volta le mie nuove liriche. Si prova sempre una sensazione di sospesa, religiosa, eccitazione, nel leggere per la prima volta un nuovo testo in pubblico. Il cielo e la terra sono in ascolto. Il suono emesso scorre tra le fronde del creato.
Occorre sondare l'alchimia dell'esecuzione.
Se ne vanno, la notte, silenziosi,
in lenta carovana, gli occhi al suolo,
i morti che di noi ancora sono
morti e se ne vanno silenziosi.
Il vento tra le foglie del castagno,
il passo tra le felci, il legno franto,
il canto delle rane nello stagno,
il pianto scivoloso del canale…
Scompaiono, di notte. Torneranno
come le pietre che la terra inuma?
Sapere i loro segni che consuma
la pioggia non ci basta a ricordare
che vivi ci sognarono e son morti.

Domenica 3 Agosto - Recanati (Mc)
"Artika - Cose fresche per menti a fuoco", festival di arte e musica contemporanea organizzato, tra gli altri, da alcuni amici artisti di Macerata, con cui condivido l'appartenenza al gruppo Paulillo, vale a dire l'amicizia di Ivan Paolini.
Passando per Loreto il panorama è sorprendente. Colline di girasoli. La luce irradia valle e cuori: "come tutto fosse di esistere felice" (Sandro Penna).
Io, Alice e Roberta fantastichiamo di un futuro da pizzaioli.
Ne approfittiamo per visitare il borgo: i luoghi di Giacomo Leopardi.
Le piccole strade, gli scorci di paesaggio, gli empori. La piazza del Sabato del villaggio. Il campanile.
La Casa Leopardi, non visitabile per nostra carenza economica.

La mostra collettiva "Artika", allestita presso il Liceo classico di Recanati, è composta da due ale ed è ricca di installazioni video, ambientali ed interattive.
Alcuni autori li conosco: Nicola Alessandrini e Marco Bozzi, che presentano due video, Daniele Ciabattoni di EtichettaDiscografica, che presenta una installazione interattiva di arte digitale, Lorenzo Bartolucci, che presenta una scultura di derivazione "poor" e "pop".
Altri li vedo per la prima volta. Non è la mia arte, ma cerco di viverla e di ascoltarla.
Tra le colline marchigiane, prive di fondi e di strumenti, in questi giorni tutto è bello, felice e vivo.
E noi siamo in esse.
Colei che era scomparsa ora ritorna.
Non ho bisogno della vostra opinione.
La vita si apre come un bianco fiore.
Il vento dell'annunciazione chiude
le persiane, getta lacrime negli occhi.
Così feci ritorno all'adorazione
delle mie simili, al patto sacrale
della fratellanza.
Rinnego tutto e credo nei miracoli!
Non ho bisogno di una vita normale.
La luna nel corso fluviale
anticamente si contempla e tace.
Andrea Pulcini, ideatore del progetto sonoro "Persian Pelican", dopo aver già dialogato
musicalmente con la mia poesia I cadaveri, mi fa dono di un nuovo "affresco poetico": Genova.
La pagina Myspace di Persian Pelican è qui.
Con amicizia e affetto, ringrazio.
(La qualità del suono è in questo spazio elettronico evidentemente ridotta).
Genova
Il cielo è uno spicciolo opaco che un dio
nazionale ci porge; pietà
è quest’edera gialla che copre; la città
divide in settori il cemento armato. Tu,
musa diciottenne, vivi nel grido
di un’anca spezzata; trascinano
il tuo corpo due gendarmi: è pallido
giglio, visione. Due lacrime rosse
ti segnano in graziosa venatura. Poi l’antro
della questura che s’apre è il nostro addio
a vedersi altrove, o mia selvaggia
musa trecce d’oro, trascinante
le ossa fracassate per le strade
di una città che non ti vuole ed ha paura
della tua bionda disperazione, o lupa
noglobalina che scambiando follia
per reazione ti precipitasti
tra le mille bandiere di Genova a gridare
il tuo bisogno di esser meno sola.
(da Il non potere, Zona 2007)
[Chorus n.5, giugno 2008]
Scrivo questa lettera per Nota, nell'ultimo venerdì di passione elettorale, prima del ritorno inglorioso del mostro, Gerione di Arcore. Il Veltro, va da solo...
Davide Nota è un poeta giovane e bravo, marchigiano, con alle spalle due buone prime raccolte (se il primissimo libretto, Battesimo, che introdussi con affetto, si continua nel poemetto Il non potere). Ed è raro riconoscere una coerenza e uno sviluppo così forti.
Davide Nota è laureato in Lettere, conosce e studia l'ultima poesia italiana, lavora da precario, dirige con altri giovani amici una rivista, "La Gru", che è molto attiva a livello teorico e documentario.
Quando mi scrisse la prima lettera, già sette anni fa, mi spaventai un poco, e gli risposi subito: la solitudine e la chiusura di provincia è tipica di ogni adolescenza artistica di frontiera. Ma ciò che conta è la voglia di eredità, di storia e di cultura, così che la fede laica sia salvata. Nei suoi scritti in prosa critica, riconosco l'eredità di "Officina" e di "Lengua".
La continuazione della sinistra letteraria italiana migliore, che non a caso arriva al vostro bianco Chorus, per la convocazione che ci preme.
I versi di Davide Nota vivono in questa realtà italiana disastrata, tragicomica, violenta, e la sua arte sta affinando il passaggio dall'istantanea alla durata, al narrabile per scarica psichica e mentale, politica.
Questo poeta è un poeta di sinistra arcobaleno, non incline all'omologazione delle destre e della sinistra.
La bravura di Davide Nota è metrica e sentimentale, ci richiama al territorio comunitario di una lunga rovina, in cui siamo immersi, da Macchiavelli in poi. Nessuno può più scrivere (né leggere) senza questo "spettro di Macchiavelli" (Le spectre de Machiavel, dello scomparso Bernard Simeone, Le passe du vente, 2002).
Il rapporto tra gli scrittori italiani e il crimine moderno del politico (dalle signorie al monopolio mediatico e malavitoso), del nuovo fascismo universale profetizzato da Pasolini, ci costringe a occuparci della poesia come di uno strumento antropologico di opposizione corsara, ragionante, e vitalmente disperata.
Anche in Davide Nota, il passaggio dai versi alla prosa critica implica un'apertura sperimentale sulle idee e sulle forme, dentro la crisi comunicativa tipica dell'osmosi con la tecnica: un massimo di strumenti veloci, e un minimo di senso (sentire e significato).
L'espressività metrica, l'endecasillabo sciolto e la terzina, le rime a cascata, a distanza baciata, ci dicono di una linea pasoliniana aperta, "in forma di rosa", critica del presente.
Né l'Italia di Berlusconi, né lo specchio di Veltroni, ecco, la possono accogliere: è un frutto eretico, di giustizia e di pace, che rivendica una memoria, dalla Resistenza al Maggio, fino alla sconfitta di Genova.
E' l'idea che ancora esista (e resista) la Sinistra, e la Poesia, come una infrasoggettiva, intersoggettiva, storica e politica, sociale e artistica.
Con la denuncia di Roberto Saviano contro la camorra, con i miei libri su Pasolini contro il silenzio sulle stragi, con i versi dei giovani come Davide Nota, ecco, si ascolta altro: una rivolta leopardiana, per il vero stato presente dei costumi degli italiani, che chiede alla propria nozione di Progresso una risposta anche politica, ma senza più compromessi con lo Sviluppo e le sue caricature democratiche e progressiste.
Accogliete, con lo scritto, l'affetto,
Gianni D'Elia

Il fiore del fascismo universale
Mi aggiro tra i banditi democratici,
gli abolitori dello stato di diritto.
Se spezzo la catena è solo un sogno
ridicolo, che lascia posto all’ombra.
La nostra storia morta è ancora questa
del grumo di catarro, terra e sangue
rappreso dove vomita la bestia
balcanica o dove il volto esangue
del ragazzino morto sotto al treno
sorride sventolando un lembo pesto
di carne…
Come somiglia questa vita a quella
già morta da decenni per violata
sovranità del nostro bene in guerra,
o al cranio tumefatto del fanciullo
che la consunta morsa della madre
nutrire può solo di mosche e terra.
Così il mercato dell’impero nero
tra i profughi, i suicidi e gli ammazzati
battezza con il sangue dei soldati
l’avvento del fascismo universale.
*
Il poeta marchigiano Davide Nota (1981), nonostante la giovane età, vanta già numerose pubblicazioni su riviste e antologie e in questi anni si è fatto conoscere per il suo impegno civile tramite la rivista "La Gru" e altre iniziative.
Nel 2005 ha pubblicato la sua prima raccolta Battesimo con prefazione di Gianni D'Elia, sicuramente uno dei più impegnati poeti civili della sua generazione. Proprio D'Elia, insieme con Pasolini, può essere considerato tra i poeti che più hanno influenzato la poetica di Nota.
Nel 2007 è uscita la raccolta Il non potere, che prosegue sulla strada tracciata da Battesimo: quella di una poesia di forte ispirazione civile, con descrizioni lucide, a volte minimaliste, della realtà contemporanea di un'Italia di provincia (quella ascolana in particolare) degradata e malsana.
Davide Nota, a differenza di molti suoi coetanei, recupera una certa tradizione metrica nell'uso della rima e del sonetto, impiantati però su un linguaggio postmoderno. In tal caso ci sentiamo di accostare la sua poesia a quella di Flavio Santi, poeta di qualche anno più vecchio, soprattutto del Santi di Il ragazzo X che, non a caso, ha anch'esso come punto di riferimento Pasolini.
Nella poesia inedita "Il fiore del fascismo universale" la critica alla realtà socio-politica attuale è forte, ma il poeta non si ferma qui e la riflessione sulla storia si fa amara e senza speranza: "guerra", "profughi", "i suicidi e gli ammazzati" costellano le nostre esistenze, sono ogni giorno tra noi. L'epoca attuale è ormai dominata da "banditi democratici" e, senza speranza nel futuro, assistiamo all' "avvento del fascismo universale".
Luca Ariano [La barriera n.77, giugno 2008]
[Atelier n. 50, giugno 2008]
1. La poesia in crisi
Negli ultimi decenni si è spesso parlato di “crisi della poesia” con un’accezione ben diversa da quella che fu la “poetica della crisi” nei decenni a seguire la breve stagione del neo-realismo italiano. Dove la “poesia della crisi” fu in grado di riflettere mimeticamente (la neo-avanguardia) o criticamente (i poeti di «Officina»; la prima linea lombarda) una crisi storico-culturale in atto, a partire dal 1977 e per tutti gli anni ‘80, la “poesia in crisi” rappresenterà l’annichilimento del poeta di fronte alla metamorfosi culturale della società italiana. Né sarà più in grado di esprimere un giudizio critico complessivo sul mondo, né sarà più messo nelle condizioni di poterlo fare. I mezzi di comunicazione di massa sono a lui preclusi: svanisce la figura del poeta-intellettuale.
Il 1977 come data storica rappresenta la crisi del movimento studentesco degli anni ’60 e ‘70 e l’ultima vampata di una contestazione giovanile che presto defluirà nella violenza organizzata (il terrorismo) o nella disperazione individuale (la tossicodipendenza, il nichilismo della moda punk). Parallelamente e nel giro di pochi anni sarà consumato, a livello di massa, il cosiddetto “riflusso nel privato”. Gli ultimi anni ‘70 rappresentano altresì l’affermarsi di una nuova forma di omologazione dei gusti e dei costumi legata all’imporsi delle prime televisioni commerciali e alla conseguente corsa all’alleggerimento dei palinsesti Rai. È l’invadenza di una forma radicale di società di massa: i modelli dell’edonismo e del disimpegno, già presenti nei decenni precedenti, vengono ora proposti con un’insistenza quasi programmatica. Ha inizio l’epoca del post-moderno italiano.
La storia della poesia italiana ha altre date. Nel 1971 escono Trasumanar e organizzar, di Pier Paolo Pasolini, e Satura, di Eugenio Montale. Al di là delle differenze e delle rispettive diffidenze sono entrambi libri di svolta e di crisi, ideologica e formale. Scrive Franco Cordelli: «L’accostamento è possibile solo in ragione delle, sebbene diverse, enormi sprezzature che l’uno e l’altro operavano sul corpo della tradizione in genere e della lingua in ispecie. Montale nel suo piccolo-grande mondo metafisico. Pasolini nel suo grande e alieno mondo fisico»[1]. Riprende il discorso Andrea Cortellessa, in "Parola plurale" (Sossella, 2005): «A ben vedere entrambi, ciascuno con le sue armi, avevano ingaggiato una guerra senza esclusione di colpi contro lo spettro dominante del Moderno: la Forma. O meglio, l’Idea della Forma.». La seconda data essenziale la dà di nuovo Franco Cordelli: è il 1975. Eugenio Montale riceve il Premio Nobel, Pier Paolo Pasolini viene barbaramente ucciso. Per l’ultima volta, sebbene per due motivi sciaguratamente dissimili, i volti di due poeti entreranno nelle case e nelle vite degli italiani. Per l’ultima volta la poesia italiana darà il suo contributo iconografico al sistema culturale e identitario nazionale.
Tra il 1970 e il 1980 escono anche le opere prime della nuova generazione poetica italiana: i poeti nati tra gli anni ’40 e ’50. Del 1971 è per Garzanti Invettive e licenze di Dario Bellezza: un importante libro d’esordio perché preannuncia quasi in anticipo di un decennio la poetica del privato, dell’auto-reclusione casalinga o, per usare le parole del poeta stesso, del naufragio nel “mare della soggettività”. Del 1976 escono invece per Guanda Somiglianze, di Milo De Angelis, e per Mondadori Il disperso, di Maurizio Cucchi. Sono entrambe due opere molto importanti. Da una parte il venticinquenne De Angelis si abbandona ad una percezione non più critico-razionale della realtà, che se pure resta oggetto poetico dominante (l’erranza nella periferia milanese, la vita in appartamento) è filtrata da un soggetto per lo più privo di schemi interpretativi e trasfigurata rimbaldianamente in visione mistico-religiosa. Parimenti Cucchi rappresenta il medesimo contenuto, la vita del soggetto in un habitat periferico centro-settentrionale, attraverso un racconto in versi infarcito di un basso parlato colloquiale spezzato da scarti logici e sospensioni linguistiche che lo traducono infine in una sorta di collage mimetico, tra automatismo neo-dada e minimalismo lombardo. Altre tre opere prime imprescindibili sono L’ostrabismo cara di Cesare Viviani (Feltrinelli, 1973), Ora serrata retinae di Valerio Magrelli (Feltrinelli, 1980) e Non per chi va di Gianni D’Elia (Savelli, 1980).
Volendo giungere, senza adesso prolungarci sui particularia, a delle approssimative conclusioni circa le principali caratteristiche della prima generazione del Post-moderno italiano (avendo individuato nel 1971 la data-simbolo della fine del Moderno poetico nazionale), quel che ne risulta è un doppio movimento “estremo”: il primo centrifugo, nell’impossibilità interpretativa del dato reale, inteso ora come evento dispersivo (Cesare Viviani, Maurizio Cucchi), ora trasfigurato in visione mistico-religiosa (Milo De Angelis); il secondo centripeto, nel “naufragio della soggettività” di Dario Bellezza così come nella reclusione autistica, già “post-human”, di Valerio Magrelli. Anche un’opera sentimentalmente critica come il Non per chi va di D’Elia deve fare i conti, pur nel suo disperato rifiuto, con questa condizione di assoluta “perdita”.
2. L’esilio dei poeti
Scrive Marco Merlin ad apertura di Poeti nel limbo (Interlinea, 2005), a tutt’oggi unico libro dedicato alla generazione dei poeti nati negli anni ’60: «Si pensi […] alla dispersione editoriale, alla moltiplicazione degli autori, alla latitanza della critica, alla perdita d’autorevolezza di tutte le istituzioni […] che teoricamente dovrebbero tenere il polso della situazione e promuovere la cultura contemporanea. Il dubbio, insomma, è che non ci si trovi tanto di fronte a poeti relegati in una zona marginale, quanto piuttosto al declino irreversibile della poesia tout court».
Dobbiamo a questo punto necessariamente tornare al discorso iniziale sul passaggio da “poesia della crisi” a “poesia in crisi”. Se i poeti nati negli anni ’40 e ’50 potevano ancora godere sin dalle pubblicazioni d’esordio della disponibilità di alcuni grandi editori, di una capillare distribuzione per librerie e soprattutto di una discreta attenzione critica, la generazione successiva, quella cioè dei cosiddetti “poeti nel limbo”, è la prima a vivere e subire integralmente la drammatica condizione dell’oblio totale del poeta all’interno della società italiana. Basti pensare che nel lustro che va dal 1990 al 1995 «Il Corriere della Sera» farà uscire un solo articolo riguardante la poesia italiana contemporanea: un vero e proprio record mondiale. Il periodo che va dal 1985 al 1995 è insomma un decennio molto difficile per le patrie lettere, funestato tra l’altro da tre gravissimi lutti. Nel 1985 il poeta trentaquattrenne Beppe Salvia, importante esponente della cosiddetta “scuola romana” rispondente alla rivista «Braci», decide di togliersi la vita. Nel 1987 è il turno del poeta salentino Salvatore Toma, trentaseienne. Nello stesso anno deciderà di abbandonare la vita anche il trentaduenne marchigiano Remo Pagnanelli.
Senza scadere nel facile gossip scandalistico è importante capire come da questo clima storico-culturale (la spettacolarizzazione della società italiana, la perdita del pubblico della poesia, la fine del ruolo del poeta) derivi tutta una produzione di versi che solo negli ultimi anni inizia ad essere valutata e analizzata sistematicamente. Se dovessimo da questa desumere alcune direzioni poetiche principali, dovremmo parlare senza dubbio di 1) una tendenza lirica di impianto crepuscolare, confessionale nel contenuto e tradizionale nella forma 2) un ritorno alla sperimentazione linguistica pura slegata dai temi della realtà. In entrambi i casi, nonostante la distanza delle tradizioni letterarie e formali di riferimento, ci troviamo di fronte ad un movimento complessivo di “ritrazione”.
Soprattutto nella nuova ondata sperimentale, fatta eccezione per alcune operazioni minori come quella del Gruppo ’93, il dato ideologico e politico caratterizzante le avanguardie degli anni ’60 non è più presente. A dominare è semmai una scelta anti-realistica ed anti-mimetica del linguaggio in chiave paradossalmente intimista quando non addirittura mistico-religiosa. Per dirla ancora con le parole di Marco Merlin: «Siamo poi così tanto distanti dalla Poesia innamorata?». Si potrebbe quasi affermare che la sola differenza importante tra tendenze lirico-confessionali e neo-sperimentali degli ultimi anni ’80 e dei primi ’90 consista nella maniera formale di rappresentare la medesima reazione alla crisi in atto. Se la reazione neo-crepuscolare è quella di fuggire il mondo spettacolarizzato rifugiandosi in una sorta di solipsismo letterario, quella neo-sperimentale al contrario consiste nel tentativo di utilizzare lo spettacolo stesso al fine di mettere in scena il medesimo solipsismo. È necessario notare come queste due formule, solitamente giustapposte dalla critica letteraria, abbiano in realtà almeno due caratteristiche comuni: 1) a livello contenutistico: l’elusione dei temi della Storia; 2) a livello formale: l’abbandono della lingua orale. Entrambe provengono insomma dal “mare della soggettività” di cui parla Dario Bellezza.
3. L’ideologia della separazione
È nel “mare della soggettività” che la poesia italiana contemporanea è andata a separarsi dalla sfera generale della “cultura” naufragando nell’autoreferenzialità del “genere”? Sarebbe utile rileggere, a circa un secolo dalla sua stesura, un libro di straordinaria attualità come La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter. «Quella è cosa che non lo riguarda» scrive ironicamente il pensatore goriziano a proposito dell’uomo sociale, specializzato in un sapere quanto alienato dagli altri. Parimenti gli ultimi trent’anni di produzione poetica nazionale sono stati caratterizzati da un vasto e generalizzabile moto di “ritrazione” dal mondo e di “alienazione” dalle scienze umanistiche classiche così come dalle nuove discipline del sapere contemporaneo. La poesia italiana non ha avuto, né ha voluto avere, rapporti con forme “altre” di conoscenza, indagine o testimonianza.
Detto ciò: io credo che la poesia come ogni altra costruzione antropica possieda una natura “involontariamente” mimetica e riflessiva. Credo cioè che al di là delle buone intenzioni non possa esistere una poesia che non abbia tra le diverse forze in campo a costituirne il nucleo linguistico e contenutistico, la forza dell’ideologia in atto (come nella definizione di D’Elia in «Lengua», a proseguire il discorso del realismo ideologico e di pensiero di «Officina»). L’attività di tale “ideologia in atto”, che esercita la propria ingerenza sul soggetto autoriale mediante la trasmissione del “gusto estetico” (il canone), potrebbe essere parzialmente neutralizzata solo attraverso il continuo esercizio delle facoltà critiche individuali. In qualche modo io credo, tagliando con l’accetta un giudizio ben più sfumato, che tutto ciò che non sia “volontariamente filosofico”, sia “involontariamente ideologico”. Credo dunque che la poesia separata dalla conoscenza (storica, politica, filosofica), e dunque ridotta a pura tecnica (lo “stile” del canone tardo-novecentesco, i «bei versi» di cui ride Michelstaedter), sia una riduzione profondamente radicata nel territorio dell’ideologia in atto del primo Post-moderno europeo (che consiste propriamente nella “rimozione” di ogni teoria e nella “riduzione” dei saperi a tecniche specialistiche).
Oggi ci troviamo senza dubbio di fronte ad una evidente incrinatura di tale canone: il moto di “ritrazione” della poesia dal mondo si va dunque esaurendo? Scrive polemicamente Massimo Gezzi: «Io tutto questo oggi non so farlo. Non sono capace di dire compiutamente quale sia la verità del nostro presente, né di vedere nitidamente il mondo intero dall’alto. Ma se cerco di guardarlo nel modo più preciso possibile dalla specola di un io molto simile a tutti gli io che lo circondano, e che tenta di vivere quotidianamente consapevole di questa complessità e contraddittorietà delle cose, seppure a frammenti, faccio molto meno? Cioè, faccio qualcosa di veramente diverso?»[2].
Io rispondo di no; il problema è difatti più vasto di una disputa minore tra scuole e stili ed ha origine in quella che io chiamo, prendendo a prestito il termine da un’opera cinematografica di Guy Debord, “Ideologia della separazione”. L’ideologia della separazione è la struttura neo-fordiana attraverso cui si sviluppa la società post-moderna in quanto catena di attività umane, lavorative o ricreative, suddivisa in “movimenti specifici di massa” strettamente contigui all’esigenza del consumo di prodotti reali o virtuali. Qualunque “vissuto” in quanto “movimento specifico di massa” si traduce oggi in una funzione neo-fordiana. La stessa libertà assoluta dell’individuo in rivolta (il viandante, il “senza tetto”) è oggi sostituita dalla funzione del “punk a’bbestia”, con il suo bagaglio specifico di tecniche e stili, e con la sua specifica “separazione” dal contesto. Possiamo facilmente parlare di questo morbo della “specializzazione” per quanto riguarda il microcosmo, arretrato e un po’ macchiettistico, della poesia italiana contemporanea, per cui appare sempre un po’ ridicolo che un poeta si occupi di questioni «che non lo riguardano». Il canone ridacchia dell’utopia politica, dell’intuizione teologica, del pensiero filosofico. Il canone ridacchia di ogni contenuto extra-letterario o linguisticamente non adeguato, rimandando ogni questione al rispettivo campo specifico. Bisognerebbe sempre riflettere sul termine “Lager” ogni qual volta si parli del proprio “campo”.
Se allargassimo però l'orizzonte, oltrepasssando il filo spinato del nostro “Lager” letterario, scopriremmo che la “separazione dell’umanità occidentale” è il “metodo” attraverso cui ad una richiesta forte di Unità, nel fiore degli anni Sessanta, la Storia ha risposto con una severissima repressione che non solo ha ripristinato, mediante acculturazione mass-mediale, i ruoli antropologici originari (maschile-femminile, manovale-intellettuale, popolare-aulico) ma ha anche prodotto un’infinità di ulteriori divisioni interne a tali categorie (le “specificità di massa”). La separazione del genus poetico dalla sfera della “cultura” tout court, è parte integrante di questo macro-movimento storico ed ideologico: «Agli occhi porta come i cavalli da tiro i ripari perché non gli accada di guardar a destra o a sinistra. La sua previsione deve limitarsi a quella strada e a quel tratto prossimo per guardar di non incespicare. Così gli è tolto il senso di responsabilità.» (Carlo Michelstaedter)[3].
4. Il senso di responsabilità
Sia chiaro: non credo sia possibile costruire una “nuova poesia” né decidere di unire ex-novo la tecnica poetica alla sfera delle discipline umanistiche a meno che questo non avvenga come conseguenza naturale e involontaria di un’operazione culturale di più amplio respiro. Il senso di “responsabilità” che ci è chiesto, dopo un trentennio di edonismo intellettuale, consiste essenzialmente nella presa d’atto della propria ideologia d’origine come causa di una condizione di rinuncia e perdita di “unità” e di “integrità”. Scrive Guy Debord nella sceneggiatura di Critique de la séparation[4]: «Tutto ciò che riguarda la sfera della perdita, cioè quanto ho perduto di me stesso, il tempo passato; e la scomparsa, la fuga; e più generalmente il trascorrere delle cose, e anche nel senso sociale dominante, nel senso dunque più volgare dell’impiego del tempo, ciò che si definisce il tempo perduto, s’incontra stranamente nell’antica espressione militare “da soldati perduti” (cioè mandati in avanscoperta, allo sbaraglio), incontra la sfera della scoperta, dell’esplorazione di un terreno sconosciuto; tutte le forme della ricerca, dell’avventura, dell’avanguardia.». Possiamo dunque fermarci, percepire quel che stiamo perdendo, rifiutare il “finalismo” storicistico e rovesciare il processo in corso di separazione dei saperi? Io dico di sì, e credo anzi che sia l’unico dovere, l’unica vera responsabilità, di cui un intellettuale italiano possa oggi farsi carico. Scrive Luigi-Alberto Sanchi: «Se lo studio per discipline appare insufficiente al rinnovamento della cultura, anche per l’incapacità di troppi specialisti ad allargare lo sguardo al di là del recinto delle proprie competenze, ad esso andrà affiancato un altro approccio, per “problemi” transdisciplinari»[5]. Si potrebbe, tanto per restare nel panorama della critica letteraria, riequilibrare l’approccio neo-formalista proprio degli ultimi decenni di critica letteraria italiana con una rinnovata attenzione ai nuclei tematici e filosofici dell’opera. Insegnare agli esordienti, che per mezzo di tale critica dovrebbero farsi le ossa, che poesia è spirito incarnato nella musica e non solo “struttura”. Che ogni tecnica poetica è un’azione tentata sul corpo del mondo. Che enjamblement è superamento del dualismo, e non solo “forma”. Insomma: sarà mai possibile parlare di un libro di poesia italiana contemporanea come in altri tempi si è parlato di un libro di Blok o di Genet, e cioè capendone le azioni filosofiche a cui rimandano determinate scelte stilistiche? In nessuna autorevole rivista di cinema o di teatro troveremo mai una recensione ridotta a lista neutra di scelte tecniche di fronte alle quali il recensore si trova: o a subridere, se tali scelte non soddisfano le proprie aspettative canoniche; o, se altrimenti soddisfatte, a plaudire calorosamente. Perché mai allora il mondo della poesia dovrebbe accettare tale riduzione e tale marginalizzazione all’interno del dibattito culturale? Siamo proprio soddisfatti di questo macchiettistico auto-esilio? Ecco, io credo che sia giunta l’ora di “tornare in patria”, checchè ne dicano i vecchi savi del Canone tardo-novecentesco, a partire dalla messa in discussione di “problemi transdisciplinari” da condividere con altri ambiti delle “culture contemporanee”.
Certo, nessuna “fusione a freddo” sarà mai generatrice di buona poesia. Questo mio provvisorio intervento vuole essere un invito al cambiamento antropologico e non stilistico. «Donde il fatto che, prima che il “nuovo uomo” creato positivamente abbia dato poesia, si possa assistere al “canto del cigno” del vecchio uomo rinnovato negativamente: e spesso questo canto è di mirabile splendore; il nuovo vi si unisce al vecchio, le passioni vi si arroventano in modo incomparabile» (Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale). Credo insomma che una volta “aggiornato” il nostro “sguardo culturale”, una volta “rinnovato” il nostro spirito critico sulla storia della conoscenza del mondo, la creazione di una “nuova poesia”, non separata dalla sfera delle discipline “altre” ma non per questo ad esse asservita, sarà un’involontaria mirabile conseguenza.
[1] Prefazione a Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar (Milano, Garzanti 2004)
[2] Tre paragrafi in difesa del Non-poema, «La Gru» n. 3, maggio 2006
[3] da La persuasione e la rettorica (Milano, Adelphi 2005)
[4] in Opere cinematografiche (Milano, Bompiani 2004)
[5] Cosa si studia nella scuoletta marchigiana, «www.lagru.org», 19 ottobre 2007
Il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono.
Esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante.
In ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla.
Il Messia non viene solo come redentore, ma come vincitore dell’Anticristo.
Solo quello storico ha il dono di accendere nel passato la favilla della speranza,
che è penetrato dall’idea che anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince.
E questo nemico non ha smesso di vincere.
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia

[Corriere Adriatico, Ascoli Piceno, 21 maggio 2008]
La breve rassegna "Incontri in Campo", organizzata dalla Circoscrizione di Campo Parignano di Ascoli Piceno con il sostegno tecnico dell'Associazione "La Meridiana" è giunta al suo terzo appuntamento.
Mercoledì 21 maggio alle ore 17,30 presso la Biblioteca di quartiere di Campo Parignano in via Montegrappa 10, ad Ascoli Piceno, i poeti de "la Gru" e l'artista Antonio Fabozzi presenteranno "Racconti d'Arte".
Antonio, diplomato all'Accademia di Belle arti, disegnatore, pittore ed incisore esporrà alcune sue opere mentre Davide Nota, Daniele De Angelis, Augusto Amabili e Roberta Tarquini leggeranno le loro poesie.
La rivista “La Gru – foglio quadrimestrale di poesia e realtà” nasce ad Ascoli Piceno nel maggio del 2005. Fondatori sono due giovani poeti ascolani, Davide Nota e Daniele De Angelis, entrambi nati nel 1981 e già operanti nel territorio piceno per mezzo dell’associazione culturale “La Biblioteca di Babele” (2001-2004).
Nel giro di qualche anno la rivista “La Gru” si è trasformata in un “Portale on line” di cultura e letteratura, gratuitamente consultabile presso il link www.lagru.org, i cui materiali sono annualmente raccolti sotto forma di Annuario.
La redazione de “La Gru” si è nel frattempo allargata ad altri giovani talenti della poesia regionale e nazionale, ed è stata comunemente riconosciuta come una delle più significative esperienze della nuova generazione poetica italiana.
Fra i tanti collaboratori de “La Gru” figurano personalità di spicco nel panorama culturale italiano ed europeo, come il poeta Gianni D’Elia, il professore italo-francese Luigi-Alberto Sanchi, l’intellettuale parigino Aymeric Monville e lo scrittore Flavio Santi, che nel 2007 ha anche curato un’antologia on line dei poeti de “La Gru” dal titolo “Scorie contemporanee”.
Un’esperienza che parte dunque dal locale, la città di Ascoli Piceno, per toccare le capitali della cultura italiana ed europea.
Sia Daniele De Angelis che Davide Nota hanno esordito da tempo sulle maggiori riviste di poesia italiana contemporanea, ed hanno all’attivo anche la pubblicazione delle loro prime opere: Diario di un altro di Daniele De Angelis (Otium, 2007) e Il non potere di Davide Nota (Zona, 2007).
Anche il poeta spinetolese Augusto Amabili (1976), che frequenta esternamente il gruppo dei poeti de “La Gru”, ha da poco esordito con una prima plaquette poetica dal titolo La convalescenza (Fara, 2008), con introduzione di Davide Nota, mentre la giovanissima Roberta Tarquini (1985) leggerà alcuni testi inediti.
Al termine sarà proposta una degustazione di prodotti di una delle pasticcerie più affermate della città, la "Picena", che presenta alcuni dolci della sua tradizione e sarà assaggiato il vino della produzione artiginale Teodori.
L'ingresso è libero e la cittadinanza è invitata a partecipare. Info: 0736253184.
[in Porta marina. Viaggio a due nelle Marche dei poeti, Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggiero, PeQuod 2008]
Le Marche però -- l'abbiamo detto -- non sono più quel «prototipo del paesaggio idillico e pastorale» che Guido Piovene aveva visto nei primi anni Cinquanta. L'industrializzazione e la cementificazione delle periferie, per esempio, hanno abbrutito e degradato alcuni quartieri delle città-capoluogo. Un gruppo di giovani marchigiani, riunitisi attorno alla piccola ma combattiva rivista letteraria «La Gru» di Ascoli Piceno, ha scelto di non far finta che queste nuove realtà abitative o industriali non esistano. Le Marche, per la prima volta, diventano così anche luogo del degrado, dei detriti, delle scorie (e non è un caso che questi ragazzi abbiano voluto intitolare l'antologia on-line che raccoglie i loro testi Scorie contemporanee).
Ecco, per esempio, un'istantanea da una città (forse Ascoli) scattata dal giovanissimo Daniele De Angelis (Ascoli Piceno 1981) nel suo libro Diario di un altro (Otium Edizioni 2007): il paesaggio desolato e degradato dell'esterno risponde al senso di estraneità interiore che si prova nel rivedere dal di fuori un appartamento abitato per anni che ora invece ospita altre vite, altre storie:
Nel fossato le plastiche e le carte
un supertele e l'acqua della pioggia
è un filamento; gromma annegata.
Quando il tempo passato
dall'ultima volta è troppo,
dopo esserci vissuti anni
ed essersene andati, come giunte comunali
o studenti universitari,
la città le ossa mostra
già rinsaldate, coperte d'altra pelle
d'altri muscoli.
E sono in strada
in un parcheggio
come un perverso vicino
a vedere in una finestra altra gente:
di me non sanno niente
del mio esserci vissuto; neppure una traccia:
imbiancate le mura, ristuccati
i buchi, nuove sedie
fornelli nuovi, gl'infissi giuntati.
Come ad un appuntamento
fallito, finito in buca
mi fisso le scarpe
e le mani nelle tasche, umide
sulle chiavi strette.
Ancora più desolata l'immagine di un quartiere periferico di Ascoli che ci restituisce il più attivo e talentuoso di questi giovanissimi autori, cioè Davide Nota (Ascoli Piceno 1981). In una carrellata dall'alto al basso, Nota proietta anche nei «cieli bianchicci di cadavere», alla maniera del Baudelaire di Spleen, il degrado delle scorie di ogni tipo che inquinano i fiumi cittadini e quello della cultura, designato, con una metonimia, dalla selva di antenne che captano le frequenze di una delle televisioni più annichilenti e ignoranti d'Europa, quella italiana. Il titolo scelto da Nota per queste terzine incluse nel suo primo libro (Battesimo, Lietocolle 2005), Paesaggio, risuona dunque terribilmente ironico: le proverbiali colline marchigiane vengono metaforicamente assassinate dalle antenne-coltelli, in un atto di deturpazione insieme ambientale ed etica:
Paesaggio
Dentro cieli bianchicci di cadavere
scandite in lividi violacei e grumi
stanno le nuvole rapprese in croste.
Derivano nei fiumi cittadini
corpi d'ogni genere: decomposte
trote, straccetti trucidi, lattine.
Come coltelli ficcati nel ventre
delle colline indicano il niente
cartelli ed antenne televisive.
Alle «trote» e agli «straccetti trucidi» ascolani di Nota (non più rossi, come quello pasoliniano...) rispondono i «cefali» e i «plastici detriti» pesaresi di Stefano Sanchini (Pesaro 1976). (Di passaggio: il debito degli autori de «La Gru» nei confronti della poetica di Gianni D'Elia è indubbio e si rileva anche in fenomeni retoricolinguistici come l'inversione dell'ordine di nome e aggettivo che sia Nota sia Sanchini praticano: «decomposte / trote», «plastici detriti»). Con Sanchini siamo nel Porto di Pesaro (da Interrail, Fara Editore 2007), tra travi arrugginite e il cantiere in cui si costruiscono le navi. L'acqua del mare non è blu né scintillante, ma «oleosa» e torbida, una sorta di correlativo oggettivo del futuro sempre più incerto e precario dei giovani, che continuano a domandarsi con ansia come sarà:
Porto di Pesaro
Vecchi pescherecci semiaffondati,
un piccolo pontile stretto
neanche dritto
sorretto da travi arrugginite,
un mare nascosto da un muro di 2 metri.
Un viale alberato di barche a vela
e più in giù, il cantiere,
una petroliera in costruzione...
spesso ci siamo domandati
quale di queste sarebbe stata
la nostra vita
davanti a noi un'oleosa acqua
in plastici detriti,
forse ventri di cefali all'aria.
Fortunatamente quella sera,
non dovevamo tuffarci.
È Pesaro anche la boccioniana «città / che sale!» di questa poesia di Loris Ferri (Pesaro 1978), una minuscolizzata «pesaro nella nebbia» in cui una notte funebre come un sudario avvolge i barcaroli nella sua rete di buio, in una «luce di miniera». L'«oleosa acqua» di Sanchini qui diventa addirittura «un esercito di spurghi» che si accumulano all'angolo del molo, dove le gru (vero e proprio oggetto-feticcio per questi giovani) diventano «la voce disperata» di una città che, con un ossimoro amaramente ironico, «sale allo sprofondo». Il testo è tratto dall'antologia on-line Scorie contemporanee. I poeti de «La Gru» (http://www.lagru.org/media/scorie.pdf).
[cala la notte nella sua rete di buio...]
cala la notte nella sua rete di buio
l'aria imbruna come una toppa sul lungomare.
che umore nero muove il tempo e quale
cerimonia funebre appieda i barcaroli...
un esercito di spurghi come lingue gialle
senza posa serpeggia all'angolo del molo;
di nuovo pesaro nella nebbia,
è una luce di miniera...
come serve del fango, le gru, nel porto
sono la voce disperata di una città
che sale! sale nella nebbia
nel suo passo funebre, sale allo sprofondo...
«... ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.»
(Pier Paolo Pasolini, Alla bandiera rossa)
Potrei cominciare con il dire che avevamo bisogno di una Sinistra ROSSA - e non di un Arcobaleno.
Una Sinistra di lotta e speranza, intelligenza e passione, voce del nuovo Popolo degli ultimi, sfruttati e precari, call-centeristi e operai interinali, e anche una Sinistra di studenti, universitari o ricercatori senza futuro.
Una Sinistra umanista, capace di raccogliere le eredità intellettuali e sentimentali di Gramsci e Pasolini, una Sinistra capace cioè di intraprendere una lotta culturale, di popolo, contro l'egemonia ideologica della Società dello spettacolo globale e delle sue conseguenze pratiche quotidiane, nella vita individuale d'ogni giorno: nelle nostre esistenze separate dalle esistenze dei nostri fratelli e compagni, nella nebbia di indifferenza e demenza televisiva nella quale si è compiuta questa catastrofe.
Una Sinistra che il suo «straccio rosso», pur senza falce e martello, facesse di nuovo sventolare al vento della Nuova Storia, sopra i detriti del nuovo sfruttamento industriale e della paranoia esistenziale, come simbolo di rinnovata passione e speranza, come simbolo di una ritrovata, e battesimale, Unità di individui e cittadini liberi.
Abbiamo sbagliato tutto.
A partire dal simbolo, e dal nome, ostaggi entrambi di un gusto ipocrita e buonista, da "società civile americana", imposto dalla corrente dei Verdi all'intera coalizione.
La Sinistra europea sventola la bandiera rossa, e dalla bandiera rossa, comunista e socialista, dei nostri nonni partigiani e padri operai, dovremo ricominciare.
Abbiamo svolto una campagna elettorale fallimentare, tra banalità demagogiche, televisive, e comunicazione stantia, tra sloganismo sindacale novecentesco e buonismo ipocrita.
C'è bisogno di passione e di verità.
C'è bisogno di una nuova generazione che incarni nel cuore, nell'anima e nell'intelletto l'esigenza fisiologica di una Nuova Sinistra, che parli il linguaggio della realtà e della nuova Storia, che traduca Marx, Gramsci e Pasolini, nella lingua dei ragazzi di oggi e dei loro problemi politici, economici ed esistenziali.
C'è bisogno di ricostruire una grande famiglia, una vera Comune, che condivida ansie e speranze, sentimento e intelletto, poesia e responsabilità: cioè la necessità di una lotta seria, realistica, che costruisca e non solo venda, il sogno di un nuovo modello di esistenza comune.
Ricominciamo dalla nostra tradizione più estesa e condivisa, dalle nostre radici e non dallo spettacolo: riprendiamo in mano il nostro "straccio rosso".
A partire dal 25 aprile e dal primo maggio: tutti in piazza con le nostre bandiere.
Non c'è molto tempo, ma in questi pochi giorni cerchiamo di organizzare qualcosa, oppure partiamo per la manifestazione più vicina, oppure (se sarà indetta) per quella nazionale.
Socialisti, comunisti della Costituente e Comunisti della Sinistra unita, pacifisti, no-global, intellettuali critici: la prima reazione dovrà essere unitaria e di massa, contro il processo in atto di abolizione del termine "Sinistra" dal vocabolario della politica parlamentare e culturale italiana.
Cuciamole in casa, le nostre bandiere: sventoliamole in strada, appendiamole alle finestre.
Al di là dei simboli e dei partiti: dobbiamo ricominciare dal POPOLO della Sinistra.
La settimana che va dal 25 aprile al primo maggio, sia la nostra settimana di reazione e rinascita. Riempiamo le strade, le piazze: ricominciamo dalla realtà. Coraggio!